La storia è complessa e arriva dall’hinterland di Nardò. È quella di una bimba di tre mesi che perde in un incidente stradale il suo papà e adesso, che di anni ne ha 31, vorrebbe portarne il cognome. Per farlo, però, bisognerà riesumarne la salma a 31 anni dal decesso. E questo perchè nessuno dei familiari intende prestarsi alla prova del Dna, cruciale per mettere un punto alla storia.
Andiamo con ordine, partendo dalla ricostruzione cristallizzata anche nella sentenza di primo grado.
È il 1993 quando il professionista si innamora al lavoro di una collega. L’uomo, però, ha già una famiglia. Quando nel ’95 dal nuovo rapporto amoroso nasce una bambina, lui si trasferisce in un altro comune con la nuova compagna e la piccola. Per riconoscerla vuole aspettare di definire i rapporti con la coniuge, chiudendoli anche su carta per poi ufficializzare la nuova relazione.
Quando la bimba ha tre mesi , però, accade l’imprevedibile: un incidente stradale strappa la vita all’uomo. Da quel momento la priorità della compagna è salvaguardare la sua serenità e quella della figlioletta, senza far nulla per rivendicare il rapporto con l’uomo. È stata la bambina, raggiunti i 28 anni, ad avviare una battaglia per avere il cognome del padre, dopo aver provato (senza risultato) ad ottenere un accordo pacifico con i familiari di quest’ultimo.
Tramite l’avvocato Maria Domenica Campanelli la 31enne ha quindi avviato un procedimento giudiziario. In primo grado la sentenza le ha dato ragione: il dossier fotografico addotto per i giudici è inequivocabile e sufficiente a testimoniare il rapporto tra i due. Peccato però che la famiglia d’origine dell’uomo abbia deciso di impugnare la decisione in Appello. E arriviamo così ad oggi.
Il giudice ha disposto la prova genetica che dovrebbe coinvolgere gli eredi consanguinei del professionista. L’anziana madre dell’uomo ha però rifiutato di sottoporsi al test del Dna. Diniego che ha spinto a procedere con l’unico piano B possibile: nei prossimi giorni, a 31 anni dalla morte, la salma sarà riesumata per l’analisi dei resti biologici. A procedere saranno il medico legale Alberto Tortorella e la genetista Nunzia Vacca.
Sarà l’atto finale per ottenere il cognome che il destino ha tolto alla ragazza.