I 250 milioni di euro necessari per mantenere in vita acciaierie d’Italia e mentre vanno avanti le procedure per la vendita della stessa al gruppo internazionale ritenuto più idoneo al progetto di rilancio dell’acciaio italiano hanno ancora una volta messo in evidenza il profondo solco tra che appoggia le scelte di continuità dei governi che si sono succeduti in questi decenni e chi avrebbe voluto la chiusura dello stabilimento simbolo
dell’ex ilva quello di Taranto.
Un dibattito spesso incomprensibile tra chi voleva capre e cavoli, cioè ambiente e lavoro e chi faceva notare che con le tecnologie attuali disponibili e la vicinanza degli impianti alla città queste due necessità non sarebbe stato possibile rispettarle in egual misura.