UGENTO- Dall’alto la discarica di Burgesi, a Ugento, si mostra per quello che è: una collina fatta di rifiuti stipati nella pancia di quella che era una vecchia cava tra le altre cave in questa zona, a ridosso della frazione di Gemini e a pochi chilometri da altri centri abitati. I gabbiani svolazzano di continuo ma non è per il mare che si intravede all’orizzonte: c’è solo una stradina sterrata a separare la discarica attualmente funzionante da quella chiusa e ancora in attesa di bonifica. 
L’area è un mosaico di antiche masserie, vecchi uliveti in sofferenza e giovani alberi, rifiuti che continuano ad essere smaltiti illecitamente e incendiati ai margini delle cave. Lungo i muri perimetrali della ex discarica c’è una serie di cartelli per ricordare che, dal 2016, vige un divieto di captazione delle acque di falda entro 300 metri dal sito per quelle destinate al consumo umano e a 50 metri per quelle destinate ad uso irriguo.
Il 13 ottobre scorso, si è tenuta l’ultima riunione convocata dalla Sezione Autorizzazioni Ambientale della Regione, per dare atto della relazione finale di Arpa puglia del 24 agosto 2020: le indagini geofisiche hanno escluso la presenza di Pcb nella discarica e, dunque, di quei 600 fusti che un imprenditore del posto confessò agli inquirenti di aver seppellito lì dentro. Ad otto mesi da quell’incontro, al Comune di Ugento non è giunta più alcuna notizia. Le analisi nel frattempo condotte da Arpa e Asl sugli altri pozzi intorno hanno provato sforamenti dei limiti di alcuni solventi, ma si attende ora di conoscere lo studio commissionato il 25 giugno scorso dalla Regione al Politecnico di Bari per un’indagine idrogeologica sulla località, ciò che servirà a stabilire l’andamento della falda, per individuare i pozzi a valle della discarica da dover sottoporre a osservazione costante.
Nel 2018, però, vennero annunciati monitoraggi non solo sulle acque sotterranee ma anche sui terreni agricoli e persino sulle matrici animali. A tre anni di distanza da quell’annuncio, a parte quello sulla falda, non sono mai stati avviati, invece, i monitoraggi sui terreni agricoli e sugli animali e i loro prodotti caseari per capire il livello di inquinamento. Il Comune ha chiesto alla Regione di proporre, in sede di conferenza Stato-Regioni, l’inserimento di Burgesi nel novero delle “aree critiche“, per attivare il controllo sanitario della popolazione in vista del cosiddetto “Referto epidemiologico nazionale”. Ad oggi nessuna risposta su questo e, alla fine, l’ente sta provvedendo da sé, con un progetto da 18mila euro chiamato “Verso l’istituzione del referto epidemiologico nazionale“: all’Associazione Indipendente Ricerca Salute e Ambiente di Lecce è stato conferito l’incarico di indagare lo stato di salute degli ugentini negli ultimi due anni. Per il resto si aspetta – e si spera – ancora.
Tiziana Colluto